Africa Athletics: lo sport come possibilità

Africa Athletics è nata così per caso, come accade spesso, una semplice idea si trasforma in un grande progetto. Due ragazzi poco più che ventenni con una passione in comune: l’atletica leggera.

 Proprio la corsa li ha portati a incontrarsi su una pista a Maggio 2015 e pochi mesi dopo si sono trovati in Africa a piantare le fondamenta di questo progetto. Africa Athletics nasce per offrire l’alternativa e la scelta di fare sport per opporsi a un destino già scritto. Mario e Enrico stanno dando la possibilità a molti giovani della Zambia di imparare ad affrontare la vita, come una corsa dura, lunga e faticosa. E là, dove due anni fa non c’era niente, ora ci sono speranze e sorrisi. E quei volti sorridenti puoi decidere di vederli anche tu dal vivo la prossima estate.
In questa intervista lascio parlare chi sta portando avanti questa avventura giorno dopo giorno, tra non poche difficoltà e problemi.

COSA E’ AFRICA ATHLETICS?
Africa Athletics è stato un pensiero improvviso, divenuto poi un progetto sportivo di volontariato concreto. Questa associazione vuol dare agli abitanti di una specifica area geografica, e al luogo stesso, la possibilità di utilizzare lo sport come occasione per cambiare un futuro fatto di malattia, fame e povertà. Vuole dunque essere un trampolino di lancio verso una vita migliore sia dell’individuo che dell’intera società.

COME E’ NATO QUESTO PROGETTO?
L’idea è nata in occasione di una gara d’atletica, dove io e Mario Pavan ci siamo incontrati. Durante quella manifestazione sportiva era allestito un banchetto della giovane associazione Whanau Onlus, che stava organizzando la sua prima trasferta in Africa con l’idea di fare del bene in quelle terre spesso dimenticate. Così mi sono fermato a quello stand e ho convinto Mario a partire con me per l’Afrca. Siamo volati in Zambia nel Luglio 2015 e trovandoci lì, spaesati e senza sapere cosa fare, abbiamo deciso di rendere utile la nostra presenza facendo ciò che meglio sappiamo fare: correre. Abbiamo insegnato l’atletica leggera ai ragazzi del posto, così come era stata insegnata a noi da piccoli. Solo in quel momento, vedendo l’entusiasmo dei giovani e le potenzialità del progetto, abbiamo deciso di ufficializzare questa idea.

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VI SIETE APPOGGIATI A QUALCHE ASSOCIAZIONE O PERSONA DEL LUOGO?
Riky Anderson, una signora incontrata a Monkey Bay, è stata la nostra persona. Nata in Zambia, da giovane si era trasferita in Sud Africa dove ha lavorato in maniera rilevante durante il governo Mandela, per poi volare in Malawi e aprire il Mufasa EcoLodge. Questa struttura è alimentata da fonti di energia rinnovabili. Proprio questo Lodge è stato il nostro sponsor in Malawi, mentre in Italia siamo appoggiati dall’associazione con la quale abbiamo vissuto l’Africa il primo anno (WhanauOnlus). Io e Mario Pavan ci siamo presi a carico tutta l’organizzazione, ma senza l’aiuto di Riky e del MufasaEcoLodge sarebbe stato difficile realizzare quanto fatto. Ancor prima di arrivare sul luogo, 5 primary school di Monkey Bay, erano coinvolte e affiliate al progetto.

DI CHE TIPO DI STRUTTURE DISPONETE? E DI QUALI AVRESTE BISOGNO?
Le strutture a cui ci appoggiamo sono due: il MufasaEcoLodge, la nostra casa durante il soggiorno in Malawi e la Secondary school Muzusu, dove svolgiamo le varie attività. Non dovete immaginarvi una vera e propria scuola ma dei muri di cinta che circondano solo metà perimetro della scuola, al cui interno ci sono delle case private e delle aule senza banchi ma con delle grandi lavagne. Tra le case e le aule c’è un grande campo da calcio di sabbia, quel tipo di sabbia profonda e polverosa che ti entra nelle narici e ti fa lacrimare gli occhi fino alla mattina seguente. Tutt’attorno erba secca capre e piccoli promontori circondano il lago Malawi. Le strutture di cui avremmo bisogno non sono molte. Certo sarebbe bello avere un terreno che non sia fatto di sabbia, ma è difficile da trovare, in Malawi. Inoltre ammesso che lo si trovi bisognerebbe poi bonificarlo e per queste verifiche servono soldi e manodopera, che attualmente non abbiamo. Sulla sabbia risulta difficile fare attività soprattutto quando le temperature raggiungono i 38 gradi centigradi, il clima è secco e la sabbia brucia i piedi scalzi.

L’IDEA E’ ANCHE QUELLA DI OFFRIRE UN’ALTRA POSSIBILITÀ’ DI VITA TRAMITE LO SPORT?
Proprio così. L’idea è nata come un’avventura, un modo per mettersi in gioco dall’altra parte del mondo ed è poi sfociata in qualcosa di più. Dare la possibilità e la speranza del cambiamento a chi non ha niente, tramite lo sport, è un’emozione che auguro a tutti di provare. Due persone possono non parlare la stessa lingua ed essere completamente diverse ma correre, saltare e passarsi un testimone, ecco questo mette in comunicazione le persone in maniera più intima di quanto facciano le parole. Il pensiero che anche solo uno di questi ragazzi possa mangiare un pasto caldo in più o pagarsi la scuola tramite una borsa di studio sostenuta da AfricaAthletics, ci rende orgogliosi e fieri. Ed è proprio questa speranza che ci da la forza  di proseguire nel nostro progetto giorno dopo giorno, nonostante le mille difficoltà che incontriamo.

COME SI SVOLGE UNA GIORNATA TIPO A MONKEY BAY?
Le giornate in Malawi seguono l’andamento del sole. L’energia elettrica è sporadica. Se vai al Market in un giorno in cui c’è la corrente, le bevande sono ghiacciate, perché gli abitanti sanno che potrebbe saltare da un momento all’altro e giocano d’anticipo. La sveglia non suona, ci si alza all’ora in cui sorge il sole e questo ti permette di apprezzare albe mozzafiato. Dopo la colazione, ci si prepara e si va a scuola, la secondary school dista circa 5km a piedi. Iniziamo le attività spiegando agli insegnanti gli esercizi propedeutici al gesto atletico, così che i bambini possano imparare i movimenti nel modo più corretto possibile. Il campo è stato tracciato in precedenza con del talco in polvere mescolato all’acqua, mentre gli attrezzi ( ostacoli, pesi, cinesini, cordelle ecc.) sono depositati in una stanza vuota della scuola. Il pranzo viene cucinato al Mufasa EcoLodge e consegnato direttamente sul campo, e così 60 bambini, stanchi e stremati dalle corse, possono finalmente ricaricare le energie. Dopo pranzo le attività riprendono, finché il sole non tramonta verso le 17 e 30. Una volta rientrati in casa se si è fortunati si riesce a fare una doccia con dell’acqua calda, scaldata dentro ad un bidone sopra al fuoco, altrimenti ci si accontenta dell’acqua fredda. Dopo cena, verso le 21 e 30 ci si abbandona sul letto stanchi e provati dai giochi svolti sotto al sole cuocente.

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COSA SIGNIFICA IN TERMINI PRATICI PERSEGUIRE QUESTO PROGETTO?
Continuità nella sfida. Questo percorso ha l’obiettivo di dar vita ad altri progetti paralleli nelle zone rurali del Malawi. Sognando in grande possiamo dire che sarebbe bello costruire una federazione sportiva lì dove ancora non c’è e avviare delle collaborazioni in modo tale che nascano nuove sfide e possibilità per riuscire a sollevare il livello di questo sport oltre al futuro dei giovani. Vorremmo ampliare  la “mission” di Africa Athletics sviluppando temi paralleli ancora poco considerati, come per esempio l’alimentazione. Proprio a tal proposito stiamo cercando di organizzare un percorso alimentare sportivo, per insegnare cosa mangiare e come cuocere i cibi in Malawi. E’ importante sapere come abbinare i diversi alimenti disponibili nel luogo per permettere alle persone di affrontare in modo più sano le fatiche delle giornate e di non andare incontro a carenze alimentari, per quanto possibile. Fare un allenamento in un paese come il Malawi, ad elevate temperature, richiede un introito energetico e di sali minerali differente dalle stesse ore di attività fisica fatte in Italia. Sarebbe bello inoltre approfondire le ricerche e gli studi per capire quali cibi possono crescere in quei territori e provare a svilupparne la produzione, rafforzando così in maniera pratica l’importanza del binomio tra lo sport e l’alimentazione.

COSA VI SIETE PORTATI A CASA DA QUESTI DUE ANNI DI ESPERIENZE?
Quando ero piccolo un giorno sentii la mia vicina di casa dire che sua zia aveva il “Mal d’Africa”, me ne rattristai molto, pensando fosse una vera e propria malattia. Mia madre ai tempi mi spiegò che il Mal d’Africa non è una vera e propria malattia, ma una grande malinconia che uno si porta nel cuore giorno dopo giorno. Appena rientrato dal mio primo viaggio nonostante la felicità di poter di mangiare cibo di ogni tipo, vedere i miei amici e fare la doccia calda ogni volta che ne avevo voglia, provai una forte nostalgia. Riguardando le foto ed i video di quell’avventura mi venne il magone. Non mi giustificavo come potessi provare nostalgia di un luogo dove non c’era nulla a parte polvere e sole. Chiudevo gli occhi sentivo il profumo del vento che faceva vacillare gli alberi striminziti, rivedevo i sorrisi dei bambini che scalzi saltavano e correvano, senza mai lamentarsi, i taxì perennemente in riserva con i parabrezza rotti e la voce delle persone che per strada gridavano: “ Hi how are you?” anche se non gli interessava la risposta. Così mi sono resa conto di cosa sia davvero il Mal d’Africa.
Svegliarsi la mattina già stanchi in questo caso non ha prezzo quando sai che ne vale la pena. Perché stai dando una possibilità di vita a dei bambini.

QUALE E’ LA VOSTRA SPERANZA PER IL FUTURO DI AFRICA ATHLETICS?                              Il lavoro che nei prossimi anni dovremmo affrontare sarà tanto e spero di poterlo fare con dei nuovi compagni d’avventura. Ho la speranza che qualcuno leggendo queste righe, spinto dalla curiosità, decida di telefonarci e di chiederci qualche informazione. Luigi e Mario, a parte sembrare dei videogiochi viventi, sono molto efficienti ma vedendo come questa esperienza mi ha cambiato la nostra vita consiglio a tutti di provare a viverla con noi.

L’unione fa la forza e noi abbiamo bisogno di voi per far crescere ancora più questo progetto.